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1924 - Breton e il manifesto surrealista

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Nell’autunno del 1924, con la pubblicazione del manifesto scritto integralmente da Andre Breton, nasce il surrealismo: un progetto corale - per le forme e per gli effetti - ma quasi completamente ascrivibi - le - per la teorizzazione - allo stesso Brelon al quale si deve comunque riconoscere anche uno spessore artistico autonomo all'interno del movimento surrealista.
Breton nasce in provincia, a Tinchebray-sur-Orne, una cittadina della Bretagna, nel 1896 (lo stesso anno di Tzara, Artaud e Masson). Appartiene a una famiglia della piccola borghesia, viene allevato dal nonno materno a Pantin, ma frequenta a Parigi il College Chaptal. Portato per gli studi umanistici, è attratto sia dalla poesia moderna (ha scoperto presto i poeti simbolisti e ama in particolare Huysmans) che dalla filosofia, condivide per esempio l'impostazione dialettica del pensiero di Hegel (andando già controcorrente rispetto al pensiero positivista dominante). Preferisce comunque iscriversi a Medicina ma, nonostante questa scelta scientifica, comincia a scrivere poesie. La sua vocazione poetica lo orienta subito verso il simbolismo, anche in campo figurativo: nel 1912 la visita al museo Moreau lo colpisce molto. Nel 1914 riesce a incontrare Paul Valéry, con cui resterà in contatto per diversi anni, e anche a pubblicare i suoi primi poemi, di stampo ancora mallarmciano, sulla rivista "La Phalange", diretta da Jean Rovere. Nell'agosto di quello stesso anno scoppia la guerra e Breton viene richiamato in artiglieria. Anarchico e antimilitarista, riesce a farsi trasferire dal fronte e, dal 1915, presta servizio nel centro neurologico di Nantes, dove conosce sia il dottor Banniot, genero di Mallarmé, che gli fa leggere la versione manoscritta di Igitur, sia Jacques Vaché, ricoverato in quell'ospedale per ima ferita a una gamba, che gli fa conoscere lo humour "nero" di Jarry e Roussel e lo invita a leggere sia Lautréamont che Rimbaud, scoperte tardive che permettono a Breton di rinnovare completamente la sua "ispirazione". Nel 1916, durante una licenza a Parigi, ha la fortuna di incontrare Apollinaire con cui o in corrispondenza da diversi mesi. Durante la guerra legge le opere di Freud che conoscerà personalmente nell'ottobre del 1921 a Vienna (sarà un amore a senso unico: Freud non apprezzerà mai l'arte dei surrealisti essendo, rispetto all'arte del suo tempo, di gusti un po' "rétro". M-a del resto neanche Karl Marx era un rivoluzionario in campo artistico...) e comincia ad applicare la teoria psicanalitica sia sui feriti che cura, sìa nella scrittura. Infatti nel 1919, mentre viene pubblicata la sua prima raccolta di liriche {Mont de piété), insieme a Soupault sperimenta la psicanalisi in poesia e inventa la scrittura automatica. Dopo la fondazione di "Littéralure" e la successiva fusione con il gruppo dei dadaisti in un unico progetto estetico che metta in crisi il sistema sociale vigente, Breton rimette in discussione tutta la sua vita interrompendo gli studi medici e allontanandosi dalla famiglia. In questo periodo, assieme ad Aragon, si mantiene lavorando presso la famosa sartoria dì Jacques Doucet dalla quale verrà licenziato in occasione della pubblicazione di un polemico libello sulla morte di Anatole France {Un cadavré). Tra il 1920 e il 1924 Breton rafforza la sua "Bildung" fìlosofìca e politica e diviene l'ideologo di un gruppo di "sognatori": in questi anni, infatti, i maggiori stimoli creativi sono ottenuti dai futuri surrealisti proprio approfondendo lo stato di sogno, sia a occhi chiusi che a occhi aperti. 1 sogni vengono raccontati, discussi e trascritti e diventano opere, come lo stesso Breton racconterà in Nadja, pubblicato nel 1928. Ci si chiede se sia possibile trascrivere pittoricamente l'inconscio. Breton riconosce il tentativo nella pittura di Duchamp, de Chirico e Picasso: saranno questi i suoi tré punti dì riferimento pittorici moderni, fondamentali per la genesi del surrealismo. Nel 1923 pubblica Clair de terre e l'anno successivo Poisson solubif. le fondamenta del surrealismo sono state gettate.

Testi tratti da:

GIUNTI

ART DOSSIER

Come introduzione di quest'ultima opera scrive un testo che da subito brilla di luce propria, si tratta del Manifesto del surrealismo. A dicembre esce il primo dei dodici numeri della rivista del nuovo gruppo, "La Révolution Surrealiste", diretta fino al quarto da Naville e Péret, poi dal solo Breton fino al 1929, quando la rivista cambierà nome e diventerà "Le Surréalisme au Service de la Révolution". Il gruppo si è intanto allargato: hanno aderito Pierre Naville, Masson e i suoi amici di me Biomei tra i quali Limbour, Leiris e Artaud; sono anche arrivati Desnos, Noli, Vitrac, Baron, Carrive e Picon; si tratta prevalentemente di poeti e scrittori, ma graviteranno attorno al gruppo anchepittori e registi. All'inizio del 1925, in me Grenelle, apre il Bureau centrai de recherches surréalistes, diretto per qualche meseda Artaud; la collaborazione tra poeti e artisti cresce. Louis Aragon, nel 1926 in Le paysan de Pam, scrive: «Annuncio al mondo questo fatto di cronaca di primo piano: è nato un nuovo vizio, un'altra vertigine viene concessa all'uomo: il surrealismo, figlio della frenesia e dell'ombra. Entrate entrale, cominciano qui i territori su cui regna l'istantaneo».
Il surrealismo, che Maurice Blanchot ha definito come una «affermazione plurale e molteplice ma non collettiva", in gran parte si irradia da Breton ma è anche la media delle varie posizioni dei suoi diversi appartenenti. Breton ha una gestione piuttosto autoritaria del gruppo: investe molto nell'«essere psichico collettivo» e nella «messa in comune dell'intelligenza creativa» ma non troppo nella democrazia. Queneau ha scritto qualche anno dopo che nulla in lui lasciava trapelare la «laboriosa e paziente attività del caposcuola»: la personalità di Breton, complicata e proteiforme, è quella del capo. È come affetto da una sorta di psicosi narcisista in cui lui è il molteplice, il nodo attorno al quale tutto si intreccia, tutto gravita, tutto si fonde per poter funzionare. Il profilo psicologico e socioculturale di Breton è quello, tipico e riconoscibile, del teorico e animatore dell'avanguardia. La sua spiccata tendenza a interpretare la realtà in chiave politica lo fa reagire sempre politicamente di fronte agli avvenimenti: tutto ciò che accade nel mondo trova, nel suo pensiero e nella "pratica poetica", una ripercussione critica - anche drammatica - che deve riversarsi nell'evoluzione del "fare di gruppo" di tutti i surrealisti. In questo senso Breton parla della collettivizzazione delle idee (addirittura del pensare assieme) e del progetto del Bureau, che sarebbe proprio l'esempio di «essere psichico collettivo». Un modello piuttosto settario e rigidamente strutturato per il quale si possono trovare molte analogie con certi aspetti, i meno nobili, della pratica politica dei partiti marxisti (e non solo i più settari) : dal verticismo alle epurazioni, al dogmatismo, alla gerarchla. Nei migliori momenti di omogeneità l'aspirazione alla totalità del surrealismo si potrebbe invece avvicinare all'ipotesi del movimento come intellettuale collettivo: e in effetti dal surrealismo prendono le mosse le esperienze di "intellettualità di massa" dei situazionisti.

La rete di relazioni di Breton è ricca e complessa; artisti, intellettuali, esponenti comunisti non solo francesi. E importante segnalare l'intenso legame con Trockij, allacciato nel 1938 (due anni prima che il "profeta esiliato" e nascosto in Messico presso il pittore Diego Rivera venisse assassinato a colpi di piccone da una spia del Kgb, dopo essere sfuggito a una squadracela stalinista della quale faceva parte un altro muralista, David Alfaro Siqueiros) e che aveva portalo alla scrittura a quattro mani di Per un 'arte rivoluzionaria e indipendente. Anche la sua attività è poliedrica: inchieste, poesia, critica, dettato automatico. E, soprattutto, l'interesse per la psicanalisi e per i meandri dell'inconscio, per la potenza della libido e per il «gioco» disinteressato del pensiero, per la costruzione di un percorso di autoconoscenza liberatoria che rinuncia all'autocontrollo della coscienza (del super-Io) e lascia "sregolare" tutti i sensi per raggiungere una nuova pratica di vita rivoluzionaria. L'arte si mette al servizio della rivoluzione portando con sé un nuovo ordine costruttivo. I surrealisti cercano di far parlare l'io sepolto e represso: sistematizzando il flusso della coscienza nascosta e dando voce all'inconscio, rinunciano alla razionalità per trovare nell'immaginazione la fonte del processo poetico. Sono positivi, cercano il piacere e non disprezzano la vita con l'eccezione di Artaud o Bataille - e nell'inconscio trovano forza e consapevolezza e non angoscia e negatività. Non è la disperazione, quindi, che spinge i surrealisti a "liberarsi" dal mondo, a prendere le distanze dall'esistente, bensì una scelta politica, un processo di trasformazione del mondo a partire da se stessi:
l'esistenza è altrove e contemporaneamente "hic et nunc", mai nella trascendenza o nella negazione. Bisogna saper affrontare le contraddizioni e rìsolverle, e il surrealismo si propone come via rivoluzionaria per rimanere nel mondo, nel reale.
Il movimento surrealista, quindi, rappresenta il momento totalizzante dell'avanguardia e allo stesso tempo il superamento di quella esperienza: i surrealisti riescono a maturare una poetica, un percorso estetico che coniuga la creazione e la sperimentazione artistica con un progetto politico ideale, il comunismo. Non si tratta di uno stile e nemmeno di una scuola: il surrealismo vuole essere una pratica di vila. L'idea e quella di allargare il più possibile la sfora della coscienza, sia individuale che collettiva, a partire dall'eliminazione delle barriere che separano la vita "diurna" da quella "notturna". Vengono tematizzati il risveglio dell'immaginazione, la deriva del desiderio e l'abbattimento delle convenzioni codino della morale borghese. E teorizzato il superamento delle categorie di giudizio, delle contraddizioni e degli opposti: la loro •sintesi è vista nella creazione e nell'apoteosi dell'amore. Si parla di riconciliazione delle coppie dialettiche anima-corpo, ragione immaginazione, veglia-sogno, razionai e-irrazionale: è il desiderio, è il motore interno che deve trovare il modo di raccordarsi armonicamente con la realtà esterna, questo e il principio regolatore del surrealismo. Breton infatti afferma di credere «alla futura soluzione di quei due stati in apparenza così contraddittori, che sono il sogno e la realtà, in una specie di realtà assoluta, di surrealtà se così si può dire. E alla sua conquista che sto andando, certo di non arrivarci ma troppo incurante della mia morte, per non prefigurarmi in qualche modo le gioie di un tale possesso». Bisogna lasciare spazio alla pulsione repressa e canalizzare parte della libido per abbattere le barriere del pudore e riscoprire l'erotismo, la sensualità, la profondità dell'amore a partire dalla rivalutazione del gioco, ovvero dal ritorno alla libertà dell'infanzia, quando non erano ancora formate le inibizioni: «La sola parola libertà è tutto ciò che ancora oggi mi esalta, la massima libertà è quella dello spirito, bisogna essere consapevoli di questo; rendere schiava l'immaginazione fosse pure per un po' di "sommaria" felicità è la più grande sciocchezza», scrive Breton nel Manifesto del surrealismo. L'uomo, che era un sognatore, ha perso la capacità di immaginare accettando di lavorare per vivere, ma è scontento. Scrive ancora Breton: «A quell'immaginazione che non ammetteva limiti, permettiamo appena di esercitarsi adesso, secondo le norme di un'unità arbitraria; essa è incapace di assumere per molto tempo questa funzione inferiore, e intorno ai vent'anni preferisce di solito abbandonare l'uomo al suo destino senza luce». I/uomo invece dovrebbe guardare, per mantenere un «briciolo dì lucidità», alla sua infanzia che rimane l'unico incanto, l'unico ricordo senza paura di una condizione piena di gioia che l'adulto può riconquistare solo con l'immaginazione: «Non sarà la paura della pazzia», conclude Breton, «a farci lasciare a mezz'asta la bandiera dell'immaginazione».